Untouchable: la storia di Harvey Weinstein e di cosa accade nella mente di una vittima

Esiste un genere di televisione che a nostro avviso non riceve l’attenzione che merita, ma che sta silenziosamente conquistando sempre più il favore del pubblico, riportato in auge per lo più da servizi streaming come Netflix ed Hulu che ne hanno permesso una più capillare distribuzione, ed è quello dei docu-film. In questo articolo vi parleremo in particolare di un prodotto diretto da Ursula Macfarlane e distribuito da Hulu, che si intitola Untouchable (Intoccabile) e racconta la scalata al successo e la successiva caduta di Harvey Weinstein, dopo aver ricevuto molteplici accuse di aggressione sessuale da diverse star di Hollywood per le quali è in procinto di affrontare negli Stati Uniti un processo che promette di non risparmiare colpi, né alle vittime, né all’accusato.

Considerato il battage pubblicitario provocato dalla storia che si celava dietro l’ascesa del magnate di Hollywood, produttore per decenni di alcune delle pellicole più famose della storia del cinema, vincitore di innumerevoli premi, e dai nomi delle vittime coinvolte, affronteremo poi assieme al dottor Simone Montaldo, esperto in psicologia della testimonianza e docente presso l’Università di Roma La Sapienza, il fenomeno del così detto “victim shaming“, provando a rispondere contemporaneamente ad alcune delle accuse che gli vengono più spesso rivolte dopo la denuncia, per comprendere meglio la psicologia delle vittime.

Untouchable è un film al femminile, su questo non ci sono dubbi, ma non per questo è in alcun modo incompleto o tende a prediligere una versione della storia a discapito della verità e sopra ogni cosa è credibile. La regista non dimentica in prima istanza di attribuire a Megan Twohey e Jodi Kantor, le prime a rendere pubblico quello che sarebbe diventato lo scandalo Weinstein con il loro articolo sul New York Times, l’onore al merito per aver esposto pubblicamente il magnate e riserva un significativo spazio anche a Ronan Farrow ed al suo famoso exposé sul New Yorker, nel quale il vincitore del Pulitzer ha riportato la cruda testimonianza di 13 presunte vittime di Weinstein, ma sopra ogni cosa ricostruisce con attendibile precisione la storia dell’accusato, dagli esordi come promoter di concerti a Buffalo, per passare alla fondazione della Miramax (dai nomi dei genitori Miriam e Max) insieme al fratello Bob, e finire con la scalata sul tetto del mondo, diventando uno dei produttori di maggiore successo della storia del cinema.

Questa precisione e l’attenzione ai particolari, il modo meticoloso ed accurato con cui viene ricostruita la storia di Weinstein, si trasforma però in un’arma a doppio taglio quando la regista comincia a raccontare il dietro le quinte della sua vita, che inesorabilmente comincia a mostrare il ripetersi di uno schema violento, inizialmente discreto e poi sempre più sfacciato con il trascorrere del tempo e l’accrescersi della sua fama. Ed è qui che entra in gioco quello che certamente è l’aspetto più emotivo del documentario, le interviste alle sue presunte vittime, a partire da Hope d’Amore, che lavorò per lui alla fine degli anni Settanta e che racconta di un’aggressione sessuale dalla quale non riuscì a difendersi.

Vuoi davvero fare di me un nemico per non concedermi cinque minuti del tuo tempo?

Il fatto che la storia degli abusi di Weinstein siano iniziati molti anni prima del suo planetario successo, contribuisce alla credibilità del racconto, il cui scopo è quello di esporre un uomo aggressivo, incline alla rabbia, la cui fama ha solo contribuito a esaltare le peggiori inclinazioni. E così molte delle storie faticosamente e dolorosamente raccontate dalle donne intervistate mostrano, oltre uno schema comportamentale, anche un modus operandi ricorrente fatto di eleganti suite d’hotel, richieste di massaggi, asciugamani che cadono “accidentalmente”, minacce più o meno velate e promesse di una brillante carriera.
La tecnica usata durante le interviste, poi, contribuisce a rendere l’impatto delle storie particolarmente forte, in una sorta di “incensurato racconto” del quale non viene risparmiato nulla allo spettatore, né crudezza, né lacrime, né lunghi e pesanti silenzi durante i quali la telecamere continuano ad indugiare sul volto delle intervistate ed in cui ogni vittima racconta senza filtri la sua esperienza, costruendo così un pattern, un modello comportamentale dell’accusato difficile da ignorare e rivelando nel contempo la difficile reazione di fronte a qualcosa di completamente inaspettato.

Sono rimasta congelata,” rivela l’attrice Caitlin Delaney. “Volevo solo che finisse il prima possibile“, “Credevo che andarmene sarebbe stato peggio” racconta Erika Rosenbaum, mentre Paz de la Huerta ricorda come durante la violenza subita abbia visto il suo corpo come se se ne fosse distacca: “Sono decisamente andata da un’altra parte“. Ed oltre alle loro, si susseguono altre testimonianze, di Rosanna Arquette e Louise Godbold tra le altre, con ognuna che racconta la sua versione dei fatti, tra chi ha detto di no ed è fuggita, subendone le conseguenze, a chi invece non ha saputo difendersi.

Inutile dire che il produttore caduto in disgrazia, che a tutt’oggi si difende non rinnegando i rapporti con le sue accusatrici ma definendoli “consensuali,” non esce vincitore dal confronto, ma piuttosto come un narcisista che, grazie al suo successo, ha avuto l’incredibile capacità di nascondersi in piena vista nonostante i suoi famosi scatti di rabbia violenta, la sua dubbia fama ed un atteggiamento arrogante che lo vestiva meglio dei costosi abiti da cerimonia nei quali ha ritirato premi su premi.
Sono lo sceriffo di questa fottuta città,” grida Harvey Weinstein nel registratore di un’attonita giornalista che osa fargli una domanda scomoda nel mezzo di un party.
Tutto gli era concesso e quello che non gli veniva offerto, lui se lo prendeva senza troppi complimenti e per quanto sia difficile immaginar Weinstein innocente di fronte a così tante testimonianze, la parte di questa squallida storia che solleva maggiori interrogativi continua a riguardare le vittime, più che l’accusato, circondate a lungo da una generale incredulità sul perché non gli abbiano resistito scegliendo così di “favorire le loro carriere“. 

Sebbene sia impossibile in questa sede affrontare ogni singolo caso a se stante, in senso generale, pensiamo possa essere interessante affrontare con il dottor Montaldo il tema del “victim shaming“, cercando di capire perché sia così comune in casi come questi. Cercheremo inoltre di rispondere ad alcune delle più frequenti accuse rivolte alle vittime che si leggono in casi analoghi a questo, provando a spiegarne i motivi e le origini con un approccio scientifico.

Il victim shaming.
Diciamo che la componente della “vergogna” è abbastanza comune nelle vittime di abuso sessuale, così come vissuti di autocolpevolizzazione e in alcuni casi di giustificazione dell’aggressore. Questa considerazione, anche se trova un certo riscontro in letteratura, non è di per sé conclusiva rispetto alla sussistenza o meno del reato, né delle conseguenze negative dell’abuso. Sono tutte componenti che riguardano l’elaborazione a posteriori di un’esperienza, che per forza di cose è il risultato di un complesso processo di autovalutazione che poi è influenzato dalle variabili connesse al raccontare un’esperienza prevedendo le conseguenze sul piano sociale. Insomma il problema non è il victim shaming, ma piuttosto il victim blaming! Ovvero tutto ciò che riguarda la diffusione di informazioni e giudizi (per lo più triviali e insinuanti) che vanno ad incidere sulla presunta vittima in modo negativo, spostando l’attenzione dal comportamento antigiuridico alle caratteristiche e al comportamento della denunciante (tutte cose che non incidono minimamente sul giudizio legale). Dovremmo ricordare che un reato non è tale solo se la vittima è “innocente e indifesa” o se esce devastata dall’esperienza.

Perché le violenze sessuali sono gli unici crimini in cui si mette in dubbio la parola della vittima?
L’esperienza mi porta a non concordare con questa affermazione. In realtà la parola della vittima è messa in dubbio quando è l’unica evidenza a sostegno dell’accusa e ciò non accade solo nei casi di violenza sessuale. Purtroppo però bisogna riconoscere che nei casi di presunta violenza sessuale spesso mancano evidenze alternative in grado di corroborare la testimonianza e pertanto è naturale che gli accertamenti si concentrino su questa fonte di prova. Il problema non è “mettere in discussione la parola della vittima”, che di per sé è scientificamente e giuridicamente corretto, specie se si considera l’intrinseca fragilità della fonte testimoniale. Piuttosto il punto è: “come si mette in dubbio la parola della vittima”. Ovvero dobbiamo considerare la differenza che c’è fra un accertamento coerente e fondato su dati empirici, piuttosto che su luoghi comuni e insinuazioni.

ACCUSE RIVOLTE ALLE VITTIME
Non si comporta come una vittima
(non è depressa): questo purtroppo è il risultato di una cronica carenza di scientificità nel campo della così detta criminologia e in particolare in campi, la cui esistenza è a mio parere quanto meno discutibile, quali la vittimologia. L’idea di profilare le vittime di reato secondo categorie discrete è di per sé errata e porta a storture quale quella di ritenere che una vittima si debba comportare in un determinato modo. Nulla di più sbagliato e pregiudizievole. Non possiamo pensare che un individuo dal momento che subisce un reato assuma un nuovo status, quello di vittima, che in qualche modo lo/a definisca come persona. L’aggressione e la violenza sessuale sono esperienze, certo drammatiche, che però producono negli individui effetti diversi, dipendenti da componenti profondamente soggettive e dalle capacità di “coping” e di elaborazione. Siamo in un campo dove la variabilità è l’unica regola che spiega comportamenti che sembrano incongruenti, come ad esempio l’aver continuato a frequentare il proprio assalitore/stupratore. Il pensare che chi fa un’esperienza negativa debba per forza rispondere con la depressione è il frutto di un bias molto comune, ma non ha nulla a che fare con la realtà. Chi pensa ciò non ha certo dimestichezza con il ragionamento scientifico, ma certo ragiona secondo il principio della semplificazione, che purtroppo non funziona quando si ha a che fare con la mente umana.

Non ha denunciato subito: Il timing della denuncia è quasi sempre differito nel tempo, anche per ragioni puramente pratiche. Sporgere denuncia è un atto di valore legale che ha conseguenze e costi, che qualsiasi persona prende in considerazione e pondera prima di agire. Se nell’immediatezza del fatto si è deciso di non denunciare non significa che non ci sia stato reato, semplicemente che in base alle valutazioni attuali si è fatta una scelta. Questa scelta può cambiare, perché cambiano le condizioni e perché il decisore stesso cambia nel tempo. Tutto qui. Certo è che, più tardi si denuncia, più è difficile giungere ad un accertamento. Forse questa è una di quelle informazioni che una vittima di abuso dovrebbe avere nell’immediatezza, per compiere una scelta realmente informata.

Il suo racconto degli eventi, la su storia non regge/è incongruente e confusa: Beh, questo è un problema ricorrente quando si parla di attendibilità della testimonianza. Purtroppo ancora tanti (anche esperti e operatori del Sistema giudiziario) pensano che il racconto di un evento come quello dell’abuso possa essere giudicato in termini esclusivamente contenutistici rispetto all’attendibilità. Ebbene l’incoerenza e l’incongruenza sono la regola, non l’eccezione nel campo della testimonianza. Sono caratteristiche intrinseche al funzionamento stesso della memoria umana normale. Entrano in gioco una serie di fattori che hanno a che fare con le dinamiche neurobiologiche sottostanti alle diverse fasi del ricordo: dalla codifica, all’immagazzinamento, al richiamo. In sostanza la memoria cambia nel tempo in modo variabile a seconda delle circostanze ed è influenzata da fattori endogeni, come ad esempio lo stress, ed esogeni, come ad esempio l’essere coinvolti in procedimenti giudiziari. Il risultato è che un racconto, specie se fornito a distanza di tempo, sarà soggetto ad errori e distorsioni che sono assolutamente indipendenti dalla volontà del testimone o di altri soggetti coinvolti a vario titolo nel sollecitare il ricordo. Ci sono 35/40 anni di studi in materia, che ci dicono in sostanza che la stessa caratteristica che fa della memoria la principale risorsa adattiva dell’uomo, rende la testimonianza (come prodotto della memoria) una fonte di prova straordinariamente fragile e malleabile. Questa caratteristica è la plasticità, che è anche una delle più importanti proprietà del Sistema Nervoso nel suo complesso.

Al momento dell’aggression non ha reagito/non ha detto no/o il suo no non era convincente: La reazione al momento dell’aggressione rientra ancora una volta in quelle categorie comportamentali che non possono essere codificate a priori. L’impatto dello stress sulla capacità di coping situazionale è un tema molto complesso, che non è ancora del tutto compreso. Certo sappiamo che non si può dire che in risposta ad uno stimolo altamente stressogeno, tutti debbano reagire allo stesso modo. È noto che le reazioni possibili sono diverse e ancora una volta hanno a che fare con dinamiche preminentemente fisiologiche, che producono esiti che non sono soggetti in toto al controllo volontario. Nessuno di noi può dire come reagirebbe in una data situazione, perché quella reazione sarà l’esito di una serie di eventi biologici complessi e non prevedibili. La risposta motoria di per sé è il risultato di un complesso processo di elaborazione che può essere inibito da fenomeni elettrochimici e ormonali, che di fatto sono collegati direttamente alla componente stressogena e alla paura connesse ad un determinato stimolo e ad un determinato evento. 

Untouchable ha debuttato nel 2019 al Sundance Film Festival, è stato prodotto dalla Lightbox ed è distribuito negli Stati Uniti da Hulu.

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