“Manhunt: Unabomber”, la recensione della serie con protagonista Sam Worthington

Manhunt: Unabomber è una crime series da non perdere se siete appassionati del genere e pur non mancando di qualche difetto, lo show – che ha debuttato negli Stati Uniti il primo agosto su Discovery Channel – è un racconto piuttosto efficace e veritiero della più lunga e dispendiosa indagine nella storia dell’FBI per assicurare alla giustizia Ted Kaczynski (Paul Bettany), noto con il nome di Unabomber, un terrorista che per ben 17 anni (dal 1978 al 1995) tenne sotto scacco l’agenzia federale, uccidendo tre persone e ferendone 23 con le sue bombe artigianali inviate via posta o, in qualche caso, personalmente recapitate alle sue vittime.

Nello show Sam Worthington (Avatar) interpreta il ruolo di Jim Fitzgerald, un brillante profiler dell’FBI che, appena uscito dall’Accademia di Quantico, dopo una lunga carriera sul campo come poliziotto, troverà la giusta chiave di lettura che porterà all’identificazione del fuggevole criminale, creando le basi per quella che sarebbe poi diventata la linguistica forense, una disciplina ormai riconosciuta da sistema giudiziario americano e che, attraverso l’analisi della scrittura, permette di individuare caratteristiche precipue di un indagato. Greg Yaitanes (Dr. House), produttore esecutivo e regista di tutte e 8 le puntate della miniserie, riesce decisamente bene nel compito di non rendere noise le lunghe ore trascorse da Fitz nell’analisi del famigerato manifesto di Unabomber la cui pubblicazione sul New York Times diede una spinta definitiva alle indagini quando il fratello di Kaczynski riconobbe in quelle parole lo stile e le idee del fratello Ted e lo denunciò all’FBI.

Manhunt si discosta decisamente dal genere crime tutto azione e ritmi serrati che ci si potrebbe aspettare da un prodotto simile. L’intento degli autori, a volte raggiunto con successo, a volte trascinando forse troppo il ritmo, è chiaramente quello di incentrare la storia sulla frustrazione di un’indagine durata tanto a lungo, sui mille ostacoli incontrati e le false piste fronteggiate, nonché sulle trappole costituite dalla politica che, inevitabilmente, si va ad intromettere in ogni caccia all’uomo di così alto profilo.
Quando Fitz entra a far parte del gruppo preposto alla cattura di Unabomber, comandato da Don Ackerman (Chris Noth) e Stan Cole (Jeremy Bobb), l’FBI brancola nel buio, guidata da un profilo dell’indagato completamente sbagliato e da un’analisi della vittimologia che riteneva che i target di Kaczynski fossero completamente casuali. Pur scontrandosi con l’iniziale diffidenza dei suoi collegi verso un approccio all’indagine decisamente unico, con l’aiuto di una professoressa universitaria, Fitz riesce lentamente a creare un profilo veritiero dell’indagato che, infine, condurrà al suo arresto ed alla sua condanna (Kaczynski è tutt’ora detenuto negli Stati Uniti).
Dove la serie incontra i maggiori ostacoli è in quei momenti in cui gli autori cadono nel déjà-vu del detective che “entra” nella mente dell’assassino o che approccia la scena del crimine come fosse una sorta di sensitivo che deve percepire le sensazioni di vittima e carnefice per avvicinarsi a quest’ultimo e comprenderne meglio le intenzioni, finendo per essere ossessionato dalla sua stessa indagine, tanto da perdere quasi il contatto con la realtà.
Al contrario, Manhunt dà il meglio di sé quando descrive nella sua essenza la “vera” indagine, quando parla con estrema semplicità della differenza tra firma e modus operandi, quando racconta la nascita della linguistica forense e come il protagonista, grazie allo studio delle parole scritte da Kaczynski, sia riuscito ad incastrare non solo uno dei criminali più pericolosi della storia degli Stati Uniti, ma anche una mente geniale, decisamente superiore a quella di chi gli dava la caccia.

Per quanto concerne Unabomber stesso, Bettany, che compare nella serie solo alla fine della seconda puntata ed ha il sesto episodio interamente dedicato al suo personaggio, fa un lavoro incredibile nell’interpretare il suo difficile ruolo, mentre è agli autori che va il merito di aver saputo raccontare la storia di questo personaggio senza glorificarne le azioni.
Kaczynski è un uomo complesso, geniale, crudele, ma non un folle, è la perfetta rappresentazione della forza del male espressa in tutta la sua spaventosa calma. Il suo odio nei confronti della tecnologia ed il fatto di sentirsi incompreso nella sua genialità, lo portarono a sentirsi superiore alle sue vittime, che divennero per lui sostanzialmente solo un mezzo per esprimere le sue idee, il suo manifesto. Se fosse possibile scindere le sue orribili azioni da ciò in cui credeva, in molti probabilmente si troverebbero d’accordo con la paura da lui espressa nei confronti del progresso tecnologico, accusato di privare molti della privacy e del controllo sulla propria vita, una circostanza che fa di lui un personaggio terrificante ed affascinante insieme.

Il vero Jim Fitzgerald, che nel suo libro “A Journey to the Center of the Mind: The First Ten FBI Years” descrive la caccia ad Unabomber, ha avuto parole di grande apprezzamento per la serie che ha dichiarato essere “per la maggior parte corrispondente alla realtà“, nonostante non siano mancate alcune licenze poetiche che gli autori si sono presi, ma che risultano comunque interessanti, come quando viene mostrato il famigerato identikit dell’allora sconosciuto Kaczynski, pubblicato dalla rivista Newsweek.

1987: The Unabomber sketch is drawn after a man wearing a sweatshirt & sunglasses is seen leaving a package.https://t.co/UHEtMxhkhe pic.twitter.com/bM9njWVHj5

Nella serie viene infatti ripresa un’interessante teoria, mai confermata dall’FBI.
Jeanne Boylan, autrice del famoso identikit, aveva un approccio molto particolare al suo lavoro: invece di mostrare ai testimoni foto di diverse persone e chiedere loro quale forma del viso o degli occhio assomigliassero più all’uomo che avevano visto, trascorreva con loro ore ed ore, cercando di far affiorare in loro più ricordi possibili e producendo infine il frutto di questo lungo lavoro.
In Manhunt viene sposata la teoria secondo cui questo metodo abbia in realtà innescato nell’unica testimone che abbia mai visto Kaczynski all’opera, un falso ricordo, facendole descrivere in realtà il volto di un altro artista forense con cui aveva trascorso molte ore prima di parlare con la Boylan, circostanza che le fece sostanzialmente mescolare il suo viso a quello del criminale.

Il volto dell’artista forense a confronto con l’identikit di Unabomber

Manhunt: Unabomber, come d’altronde The People v. O.J. Simpson: American Crime Story Law & Order true crime the Menendez murders, giunto al suo secondo episodio sulla NBC, fanno parte di una nuova schiera di crime show che cercano di raccontare il crimine quasi sotto forma di documentario, senza tralasciare tuttavia quel tanto di libertà artistica che permette agli autori di affascinare il pubblico interessato non solo al caso in sé, ma anche alla vicenda umana dei protagonisti e creando così dei procedurali raffinati e decisamente evoluti.

In Italia MANHUNT: Unabomber sarà distribuita da Netflix a partire dal 12 dicembre 2017.

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