Carnival Row: la recensione della prima stagione della serie originale di Amazon Prime Video


Ci sono alcune serie per cui l’aspettativa è davvero alta, tanto che quando arrivano – e deludono – il disappunto è acuto. Carnival Row, nuovo contenuto originale di Amazon Prime Video, con protagonisti Orlando Bloom e Cara Delevingne, era entrata nella nostra top ten delle serie più attese di questo 2019, aiutata anche da una entusiasmante “experience” vissuta al San Diego Comic-Con ed un panel davvero coinvolgente, ma ciò che abbiamo visto è purtroppo lontano da quello che ci aspettavamo da questo show.

La serie rende omaggio allo steampunk, un genere narrativo fantasy ambientato nell’era vittoriana, ispirato ai romanzi di Conan Doyle e H. G. Wells, ed uno dei suoi punti di forza, probabilmente il suo più grande punto di forza, è rappresentato proprio dai bellissimi costumi della costume designer Joanna Eatwell e dalla sontuosa scenografia, due elementi, che – a volte persino più della storia stessa – contribuiscono ad aiutare lo spettatore ad immergersi nell’atmosfera dello show.

I motivi per cui a questa serie mancano gli strumenti per essere il successo che sulla carta avrebbe potuto essere, sono, a nostro avviso, legati all’accidentato percorso che ha compiuto per giungere sui nostri schermi. Carnival Row nasce infatti, con il titolo di A Killing On Carnival Row, da un’idea di Travis Beacham come spec script per un film che è stato poi opzionato da Amazon nel 2015 per farne una serie televisiva; legati al progetto erano inizialmente nomi come quello di Guillermo del Toro, che avrebbe dovuto collaborare con Beacham alla stesura del copione e René Echevarria. In quattro anni le cose sono però cambiate e sia il premio Oscar del Toro, che Echevarria sono usciti di scena, il primo per conflitti causati dai suoi molti impegni, il secondo rinunciando alla produzione e lasciando il suo posto a Marc Guggenheim pur rimanendo nei crediti come co-creatore del progetto. E così Carnival Row, che avrebbe dovuto essere un terreno fertile per Guillermo del Toro, del quale sono note la passione per i film horror e per i mostri, la cui celebrazione è per il regista una critica ai perfetti standard richiesti dalla nostra patinata società moderna, ha finito per perdere parte della sua anima con la defezione del filmmaker, una perdita che è tangibile nell’arco della storia narrata negli 8 episodi della prima stagione e che, pur avendo una morale, manca in qualche modo di sentimento e di sincerità.

E’ evidente come alla base di questo sontuoso racconto ci sia anche l’intento a lungo andare di costruire una mitologia fantastica dal sapore quasi tolkieniano: nell’arco della stagione vengono spesso fatti nomi di strane creature o di luoghi incantati, come la terra di Tirnanoc, costituita da diversi regni, luogo di origine della Fate, ma non sempre ci si sofferma a spiegare allo spettatore la natura o l’origine di tutto ciò, come se lo scopo fosse quello di promettere un chiarimento o un nuovo racconto più avanti nel tempo oppure, appunto, come se la storia stessa mancasse di qualcosa di essenziale, che è andato perso focalizzandosi su qualcosa di molto più semplice ed in un certo senso banale.

Protagonisti di Carnival Row sono Rycroft Philostrate, detto Philo (Orlando Bloom) e la fata Vignette Stonemoss (Cara Delevigne).
Il primo è un ex soldato, divenuto poliziotto della città di Burgue, con il compito di indagare su una serie di spaventosi omicidi dal sapore ritualistico che coinvolgono sia umani che creature, ma questo non sarà l’unico mistero che il bello e tormentato Philo dovrà risolvere nel corso della stagione, perché l’uomo, assieme all’assassino, dovrà anche dare la caccia al segreto del suo passato e della sua stessa origine.
Vignette è invece quella che potremmo definire la vera eroina d’azione della storia: una fata fuggita dalla sua terra devastata dalla guerra, dopo essersi innamorata di Philo ed averlo creduto morto in battaglia. Giunta a Burgue, dopo il naufragio della nave su cui aveva comprato un passaggio, la coraggiosa Vignette si trova a doversi adattare ad un mondo nel quale le creature come lei sono considerate degli invasori, sfruttate dagli umani e generalmente viste come essere inferiori. Non è un mistero che l’intero show sia un’allegoria dell’attuale situazione politica americana e la cosa potrebbe o non dovrebbe disturbare se non fosse eseguita in generale con la mancanza di nuance che invece manifesta.

Un mistero stile Jack lo Squartatore, un racconto di mostri, una denuncia sociale e del fallimento di una certa politica gretta e razzista, un romanzo epico, una storia fantasy steampunk e quella di due sfortunati amanti: Carnival Row cerca di essere talmente tante cose insieme che finisce per non esserne nessuna in particolare. Persino quella che dovrebbe essere ricordata come un’indimenticabile storia d’amore non decolla mai veramente, Bloom e Delevigne sono così impegnati a rendere credibile la storia dei loro singoli personaggi, da dimenticare per lo più di creare tra loro un po’ di magia (e per uno show come questo è una grave mancanza) con un’autentica e tangibile alchimia di coppia.

Nonostante questa ferma critica, la serie ha delle ambientazioni davvero mozzafiato e gli va data una possibilità anche solo per questo, considerato poi che lo show è stato già rinnovato per una seconda stagione e che per come si interrompe la storia, il prossimo anno potrebbe aspettarci qualcosa di completamente diverso, non vogliamo abbandonare la speranza che Carnival Row ritrovi la strada, ne scelga una e la percorra in gloria fino alla sua conclusione.

Gli 8 episodi della prima stagione di Carnival Row sono disponibili su Amazon Prime Video dal 30 agosto.

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